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14 March 2020

L’orgoglio da ritrovare: noi siamo italiani

Di Beppe Servegnini, Corriere della Sera, 7 marzo 2020

  La chiusura della società aperta appare una contraddizione. Ma dobbiamo provarci e ci stiamo provando. Ci stiamo provando davanti agli occhi del mondo, che teme di dover affrontare presto una prova simile. Sono occhi insoliti, ammirati e diffidenti insieme. Gli italiani sono vittime di stereotipi come poche altre nazioni: tutti credono di conoscerci. Due aggettivi che spesso vengono associati a noi sono «socievoli» e «indisciplinati». Ecco: per un po’ dovremo essere disciplinati e rinunciare a stare con gli altri. All’estero, pochi ci credono capaci di tanto. Ma sono convinto: sorprenderemo tutti. Non sarà facile, certo. Di colpo, non temiamo più le cose, i luoghi, le parole, le situazioni: temiamo le persone. Il corpo, il contatto, il respiro. Un istinto nuovo che ci mette a disagio: apparteniamo a una cultura legata più ai sensi che alle idee. Ma possediamo anche realismo, resilienza e reti sociali: tre caratteristiche che ci avvicinano ai cinesi, i quali questa battaglia virale l’hanno appena combattuta: con successo, pare. Nei momenti più drammatici della nostra storia recente — la guerra mondiale, il terrorismo — abbiamo tirato fuori risorse sorprendenti. Sarà così anche questa volta. Anni fa, durante un incontro pubblico negli Usa mi hanno chiesto di riassumere l’Italia in una frase. Ho risposto: «Non siamo né l’inferno né il paradiso, come credono molti di voi. Siamo un fascinoso purgatorio pieno di anime interessanti, ognuna convinta di essere speciale». Ecco: le anime in questione ora devono dimostrare che le persone speciali, in tempi eccezionali, si salvano facendo cose normali. Per esempio, rispettando le regole. In questi tempi virali, vuol dire: restare in casa, uscire quando serve, evitare luoghi affollati, lavarsi spesso le mani. Molti dubitano che ne saremo capaci. Diversi commenti stranieri che ho letto, e alcune telefonate dall’estero che ho ricevuto in questi giorni, dimostrano che i pregiudizi sono duri a morire. In una intervista con una radio americana, non mi sono trattenuto: invece di dubitare che noi ce la faremo, perché non pensate a organizzarvi? Anche perché negli Stati Uniti non avete il nostro servizio sanitario nazionale, dove tutti vengono curati, senza domande prima e senza fatture dopo. So cosa state pensando. E le migliaia di persone che domenica si sono riversate sulle spiagge e radunate nelle vie strette della movida, da Treviso a Catania? E la fuga disordinata dal Nord, quando sono trapelate le notizie della chiusura della Lombardia e di altre province? Italiani anche loro, certo. Italiani incoscienti, in qualche caso. Italiani spaventati, forse confusi dall’improvvisa fermezza del governo, e certamente frastornati dai commenti ubiqui e incessanti. Questa è la prima epidemia social, non dimentichiamolo. I superficiali e i catastrofisti tra noi, quasi sempre in buona fede, ci hanno messo su una vertiginosa altalena emotiva. Passiamo dall’ottimismo al pessimismo nel giro di pochi minuti, suggestionati da un’immagine, un pronostico, un numero o un messaggio. Non dobbiamo vergognarci, ma da quell’altalena dobbiamo provare a scendere. Magari scoprendo l’orgoglio del coraggio ritrovato. Quello che tiene in piedi medici e infermieri, ed è più forte di ogni preoccupazione. Quello che nella mia piccola, grande città — Crema — in poche ore ha spinto mille persone a versare cinquantamila euro per sostenere l’ospedale, da giorni sotto pressione. Mi chiedo cosa scriverebbe Indro Montanelli, in giornate come queste. Si arrabbiava spesso con gli italiani, per tre motivi: era un italiano anche lui, all’Italia voleva bene e dei connazionali — in fondo — era un segreto estimatore. Sapeva che siamo un popolo pieno di talenti, e non sopportava di vederli sprecati. Credo che oggi ci inviterebbe a rileggere una poesia di Rudyard Kipling, la sua preferita. S’intitola If («Se»). Un padre spiega al figlio come diventare uomo. Inizia  così: If you can keep your head when all about you Are losing theirs and blaming it on you, If you can trust yourself when all men doubt you, But make allowance for their doubting too Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti la perdono intorno a te, dandone a te la colpa; se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano, mettendo in conto anche il loro dubitare. Ecco, se riusciremo a non perdere la testa, mentre molti sembrano averla persa; se sapremo capire lo scetticismo del mondo, smentendolo con i fatti, allora potremo dire: noi siamo italiani. Non sottovalutateci mai.

W L’ITALIA